O’ Megalomen

‘O Megalomèn è il soprannome dato a Joe, famoso cantante del genere musicale neomelodico. Comincia a cantare per sopperire a debiti familiari che lo costringono a sottostare al volere di criminali. Il suo compito è di scrivere messaggi in codice ed inviarli durante i suoi concerti via radio all’interno del carcere. Il linguaggio che Joe usa è metaforico: possiede un “vocabolario per pochi intimi” come ama definirlo. Joe riassume in sé tutte le caratteristiche dell’ Eroe Tragico che i greci hanno saputo creare agli albori del teatro occidentale, è l’emblema di chi non può sottrarsi al destino, di chi non può scegliere, quando non c’è differenza.Il testo è asciutto ed essenziale, privo di ammiccamenti e toni moralistici.Le musiche originali e in stile neomelodico sono parte integrante del racconto, di una storia fatta di sentimenti contraddittori, paradossi e silenzi. La scena è vuota, ‘O Megalomèn è circondato solo da fantasmi e illusioni: la scenografia infatti è completamente proiettata, fatta di luci, ombre, visioni alterate della realtà circostante, il cui “significante” conta più del “significato”. ‘O Megalomèn sa che la realtà in cui è chiamato ad agire è fatta di fumo: “Oi pà, a me me pare tutto ‘nu film…”

La vita di Vincenzo Mercurio trascorre con la valigia in mano. Attore, cantante e regista campano, classe 1975, a 25 anni scelse di vivere a Reggio Calabria unendosi al Teatro Proskenion di cui – dal 2014 – è anche direttore artistico. Con lo spettacolo “Il gatto e la luna” negli ultimi mesi ha avuto repliche a Pisa, Campobasso, Latina, Ostia, Civitavecchia, Roma, Lamezia. Non sorprende – quindi – di sentirsi rispondere: «Devo prendere il volo per Palermo. Ci possiamo sentire in serata?». Si trova all’aeroporto di Napoli, in attesa dell’imbarco. Poche ore dopo, la telefonata arriva che ha toccato Punta Raisi da un po’. “Irrompiamo” al Teatro Comunale Totuccio Aiello di Carini, a Palermo, dove Vincenzo è impegnato con le prove del suo ultimo spettacolo “’O megalomèn”, che andrà in scena domenica 11 marzo in doppia replica (pomeridiana e serale) al Teatro Primo di Villa San Giovanni.

Questa nuova produzione – firmata Teatro Proskenion e Associazione Nuova Carini -, impegna Vincenzo e il resto della squadra da settembre scorso. Un progetto che tocca tre città: Reggio Calabria, Napoli e Palermo. Scritto, diretto e interpretato dallo stesso Mercurio, “’O megalomèn” racconta la storia di Joe, cantante neomelodico napoletano che, per sopperire ai debiti familiari, si esibisce sui palchi costretto dal volere criminale.

Come nasce questo lavoro?

«Nasce da un primo spettacolo che era “Levat’ a pistol down”, in cui facevo un viaggio musicale attorno alla canzone napoletana degli anni ’50. Avevo approfondito lo studio sui linguaggi criminali; su come determinati tipi di musiche – come il neomelodico – vengano utilizzate per mitizzare certi tipi di personaggi, in questo caso della camorra, in cui si cantano gesta di boss e clan».

Cosa vuole raccontare?

«Questo lavoro non è una denuncia o un giudizio su questa realtà che si vive nei quartieri di Napoli, che è la musica della subcultura napoletana, dei suoi vicoli. Ci sono cantanti che cantano i sentimenti; situazioni in cui le persone un po’ si rivedono. Poi, ci sono quelli che hanno solo questa idea di successo, per questo “Megalomèn”».

Cosa intende?

«Spesso i ragazzi pensano che cantare sia un modo per avere successo e uscire da uno stato di povertà, come la popolazione di Scampia. Si fanno convincere di saper cantare ed è concesso loro di fare un CD, ma devono pagare per farlo. Poi sono costretti ad andare a fare matrimoni e cerimonie varie, dove guadagnano pochissimo, perché il tutto è una grande lavatrice per la camorra, un riciclo di soldi. Per di più Megalomèn, perché sul palco ti senti la persona più importante del mondo, ma appena scendi non sei nessuno. Resti tu con i problemi; non riesci a uscirne, a trovare una strada che ti permetta di scappare o di cambiare quella terra».

In questo rapporto a tre – musica, debiti e criminalità organizzata – come si muove il personaggio?

«Si muove mentre canta. Joe è costretto a ripagare i debiti che lo zio – adesso in carcere -, ha fatto. Attraverso il canto, riesce a mandare dei messaggi in codice ai boss e ai criminali in carcere. Lui vive il peso dell’ambiente criminale, ma fa delle riflessioni abbastanza importanti sulla sua situazione».

Lei è un cantautore. In che modo la musica l’ha aiutata a creare questo spettacolo?

«Qui è stato fatto un lavoro importante. Le musiche le ho scritte e registrate a Napoli in uno studio con gli arrangiamenti fatti proprio per questo sound neomelodico. Ho preferito non cantare, perché mentre le canzoni vanno io faccio altro in scena».

Importante è anche il lavoro scenografico.

«È una struttura in ferro, chiusa con un telo bianco su cui vengono proiettate immagini che ricostruiscono storie, anche se non sono proprio evidenti».

Vincenzo sta parlando del video mapping, esempio di realtà aumentata in cui si combinano grafica digitale, video, pittura, luci e montaggio, realizzati da Giuseppe Zito, Alessandro Fabozzi, Davide Torre e Claudio Mannino dell’Associazione Nuova Carini«Noi non abbiamo avuto il copione, ma soltanto un’indicazione generica sul personaggio: un cantante neomelodico, non diverso da tanti altri – spiega Giuseppe Zito, presidente dell’Associazione Nuova Carini -. Questo ci ha permesso di sviluppare una storia che fosse come un “eterno presente”, anche se le dimensioni passato e futuro appaiono: il passato è rappresentato dalle immagini di repertorio – girate con una Super 8 dal padre di Vincenzo -, che ritraggono Vincenzo da bambino con la famiglia durante il terremoto in Irpinia; la parte del ricordo è legato alla pittura. La contemporaneità, invece, si muove su proiezioni: vedremo solo ombre che riguardano l’oggi. Si parte da Megalomèn, ma si arriva a parlare in generale della predestinazione dei figli su cui ricadono le colpe dei padri».Testo in italiano e dialetto, a completare la drammaturgia le musiche originali e gli arrangiamenti curati – oltre che dallo stesso Mercurio – anche da Luca De Simone e Marco Mantovanelli. (Intervista di Miriam Guinea)

 

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